Dott.ssa Eleonora Tossani

Dott.ssa Eleonora Tossani

domenica 26 gennaio 2014

MONOGRAFIA di ELEONORA TOSSANI: DESIDERI INTERDETTI, PRO/TESI SADIANE E BRACCIA LUDDISTE. LA MACCHINA DELLA MODERNITA': SCRITTI CONTRO/LUCE



Libro di Eleonora Tossani

Desideri interdetti, pro/tesi sadiane e braccia luddiste. 
La macchina della modernità: scritti contro/luce

Prefazioni di Fabio Martelli, Stefano Arieti 

Questo lavoro riterritorializza Sade e il Luddismo in quell'intersezione storica, caratterizzata dalla Rivoluzione Francese, dalla Rivoluzione Industriale e dall'Illuminismo, dentro cui si ridisegnano le pratiche di produzione di saperi che, istituendo nuove forme di controllo sui corpi, assoggettano il desiderio al modello della macchina. L'eccesso aristocratico del libertino e la distruttiva panicità del generale Ludd vengono attraversate da uno studio che tocca il boudoir, il carnevale, i travestimenti, gli scambi di genere, gli sdoppiamenti e lo sperpero smisurato che deve tutto quanto risolversi nel supremo piacere del corpo. Sade e Ludd finiscono così per diventare il paradigma discorsivo che permette di cogliere le tensioni che attraversano i saperi di un'intera epoca e il punto di vista privilegiato da cui esaminare le contraddizioni della modernità.

giovedì 2 agosto 2012

Monografia: Desideri interdetti, pro/tesi sadiane e braccia luddiste. La macchina della modernità. Scritti contro/luce.

E' uscito il mio primo libro:

Eleonora Tossani

Desideri interdetti, 
pro/tesi sadiane e braccia luddiste.
La macchina della modernità.
Scritti contro/luce.




per ulteriori informazioni linkare sul sito sotto riportato della
Casa Editrice Aracne:

http://www.aracneeditrice.it/aracneweb/index.php/catalogo/area/scienze-storiche-filosofiche-pedagogiche-e-psicologiche/9788854849631-detail.html

Chiunque abbia bisogno di informazioni, chiarimenti sulle tesi sostenute nel testo o ... vuole aprire una discussione sul lavoro pubblicato, può inviare una mail al mio indirizzo di posta elettronica oppure, cosa ancora più gradita, aprire una discussione su questo spazio che vuole essere un luogo di dibattito libero e franco senza nessuna preclusione.



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Pubblico su questo spazio anche l'indice del libro e le due prefazioni che la casa editrice ha messo a disposizione nelle proprie risorse on line


Non ci fu mai un pensiero
il cui padre non fosse un desiderio.
Bertold Brecht


INDICE

Prefazioni........................................................................................ 13

Introduzione
LA MACCHINA DEL DESIDERIO: NED LUDD, SADE E IL DISPOSITIVO SCHIZOFRENICO ....... 23

Capitolo I
GENEALOGIA DELLA MODERNITÀ NELL'OPERA SADIANA .......... 27
§1. Lo scivolamento epistemologico dell'Illuminismo ................................. 27
§2. Libertinismo e libertinaggio nel secolo dei Lumi .................................. 35
§3. La macchina del sistema industriale ............................................... 47
§4. Sovranità e capitale ................................................................ 49
§5. Sovranità del soggetto e sovranità del carnefice: la nobiltà dei Lumi ….... 56
§6. Desiderio. Sovranità. Libertinismo .............................................. 75

Capitolo II
LA MACCHINA ................................................................................ 105
§1. Una cronistoria della macchina: l'umanità della macchina e la macchina dell'umanità ...105
§2. Il linguaggio della macchina tra volontà di sapere e i meccanismi di potere  ...... 116
§3. La realizzazione della macchina e le macchine irrealizzabili ............... 119
§4. L'imprecisione dell'uomo e la sorveglianza precisa del tempo ............. 120
§5. Il Settecento degli automi ......................................................... 121
§6. Il Settecento delle macchine industriali ........................................... 125
§7. Verso la razionalizzazione della produzione ..................................... 127
§8. La macchina destruttura l'uomo .................................................. 129
§9. Un nuovo tempo e un nuovo spazio ............................................... 130
§10. Nuovi rapporti sociali e di sapere ................................................. 132
§11. Il corpo automa e la protesi del linguaggio.................................... 133
§12. Il sapere della macchina e la destrutturazione della vita ................... 137

Capitolo III
CORPI, MASCHERE E POTERE NEL TEATRO DELLA RAPPRE-
SENTAZIONE 
§1. L'immaginario del Settecento: rivoluzione, carnevale e sessualità .......139
§2. Il teatro del mondo alla rovescia .................................................140
§3. Ribaltamento tra gioco e punizione ............ 143
§4. Il girotondo del vizio ..................................143 
§5. Il gioco equivoco della sessualità: il caso d’Éon ............................151
§6. Sade e la macchina del ribaltamento: lessico del corpo e corpo del-
la scrittura tra cristianesimo e paganesimo ......................................152 

Capitolo IV
IL “DIVIN MARCHESE” E LA BIOGRAFIA CELATA...........................163
§1. La costruzione del “Divin Marchese”, la prigione del corpo e la
libertà della scrittura ..........................................163
§2. Sade dopo Sade: volontà di oblio e urgenza della presenza ...........206
§3. Sade e la Rivoluzione .............................................................212 

Capitolo V
IL LUDDISMO TRA DISTRUZIONE DELLA MACCHINA E SCONFITTA DELLA STORIA  .......221
Capitolo VI
LA MACCHINA SADIANA: DISTRUZIONI E MOLTIPLICAZIONI ....403
§1. La macchina del boudoir e l'ingranaggio del nuovo eros......................403
§2. Il linguaggio della macchina e la macchina del linguaggio .................416
§3. Desiderio di insegnare e piacere di apprendere: la macchina educatrice sadiana  ...422
§4. La macchina del teatro e lo spettacolo del desiderio ..................424
§5. L'automazione ironica del discorso ....................................425
§6. La macchina del desiderio fra vizio, virtù e norma ..............................427
§7. La macchina degli spazi e dei “non-luoghi”: il nuovo dispositivo di sorveglianza  .....430 

Conclusioni
DALLA DISSEZIONE ANATOMICA ALLA SOCIETÀ DELLO
SPETTACOLO......................................................................................435
APPENDICE ICONOGRAFICA ................................................................455
BIBLIOGRAFIA...................................................................................549
INDICE DEI NOMI .................................................................... 571

Prefazione di Fabio Martelli
Non è proprio di un’introduzione proporre una succinta sintesi dei contenuti dell’opera che si propone di presentare: si affida al lettore il compito e il piacere di inalvearsi nei complessi, audaci e suggestivi percorsi ideati dall’autrice. Credo piuttosto opportuno dar conto, sia pur sommariamente dei risultati di questa operazione storica, cioè a dire di quelle valenze che vanno a costruire lo ktema nell’accezione tucididea del termine: altre il lettore ne scoprirà dal momento che la methodus adottata dalla autrice nello spirito della migliore tradizione esegetica suggerisce linee di avanzamento ermeneutico suscettibili di costituire la base di molte ulteriori analisi.
In primo luogo sia pur di sfuggita sento l’obbligo di puntualizzare il rigore metodico e l’acribia con cui è stato condotto il discorso sul chiasmo ossimorico (De Sade-Ludd) che è la base dell’opera e tale constatazione introduce una prima riflessione: l’autrice ha utilizzato, destrutturato e riarticolato i prodotti di una immensa bibliografia, in particolare in riferimento a de Sade che rappresenta un esempio illuminante di violenza del presente sul passato in seno all’operazione storica: sia pur dando l’impressione di collocare il pensiero dell’opera di de Sade in una prospettiva di lungo periodo, la folta schiera di pensatori che da Bataille in poi si sono curvati sulle dense pagine del Divin Marchese ne hanno di fatto trasferito la titolarità a disciplinari di altro contesto, dalla metafisica alla psicanalisi sino all’estetica del comportamento. Dunque il primo risultato della ricontestualizzazione opera di Eleonora Tossani riconsegna alla storia un autore tanto noto quanto poco indagato in termini di storicizzazione critica.
Gli effetti concreti di questo intervento appaiono subito rilevantissimi: in primo luogo si riscopre così l’identità di fonti del pensiero sadiano ordinariamente trascurate o del tutto ignorate. È pur vero che il pensatore francese poco si curò di inserire citazioni puntuali e che gli stessi riferimenti espliciti alle fonti sono ovvi, quasi banali appartenenti cioè al repertorio “scolastico” di chiunque in Diciottesimo secolo si proponesse di scrivere en philosophie. Di ciò la bibliografia si è spesso appagata, mentre ricollocando de Sade negli stilemi dell’età sua emergono conclusioni inattese: il confronto con le opere di quella letteratura della cruautè di matrice cattolica (Camus, Belleforeste...) mostra che de Sade si pone in termini di recezione del plot, sussunzione dello schema affabulatorio, accoglimento dell’estetica della crudeltà, rideclinando il tutto in una chiave ironica che, individuando tali archetipi, ci riconsegna quella forte e puntuale valenza politica altrimenti così sfuggente in opere che pur si presentano, nelle parole del pensatore francese, come politiche per eccellenza.
Riportare de Sade alla sua dimensione di uomo di Ancien Règime, autoconsapevole della propria ingombrante identità aristocratica, sempre ripensata ma mai rinnegata significa anche riscoprire un debito verso il romanzo italiano del Seicento: la cupiditas, la onnivora rapacità per ciò che attiene alla sfera economica dei suoi personaggi non si declina infatti secondo le forme del mondo alla vigilia della Rivoluzione Industriale ma piuttosto secondo gli stilemi di una logica ancora feudale in cui la violenza omicida, le strategie più torve di arricchimento hanno (come nella tradizione italiana barocca) per oggetto preziosi, denaro o proprietà fondiarie senza tenere conto delle possibilità predatorie che gli schemi di una già agguerrita speculazione finanziaria andavano inverandosi nella stessa Francia.
Questa complessa operazione consente inoltre di focalizzare un de Sade attento ai sentori di una dinamica protoutilitarista: egli non è, ovviamente, anticipatore del Panopticon benthamiano, ma piuttosto, da vero nobile dell’Ancien Règime, porta alle più radicali conclusioni quella tradizione libertina che da Machon in poi ha illustrato le potenzialità del sintagma vizio privato-virtù pubblica.
Mi sia consentita ora una parziale deroga dal modello sin qui adottato in termini espositivi: l’autrice ha infatti il grande merito (e deve essere sottolineato) di avere sottratto il testo sadiano alla ormai tradizionale relazionamento tra lo spazio conchiuso dell’azione dei suoi racconti e i non luoghi dello sterminio del Ventesimo secolo: mi pare evidente infatti che questa differenza, nell’articolazione dell’assolutezza della fisiologia del potere che in entrambi i casi si instaura tra i detentori della sovranità e i corpi agiti delle vittime, non rispecchia nell’autore francese il presupposto agambeniano secondo cui il lager e il gulag sono definiti come i luoghi in cui il potere fa vivere e lascia morire; tale struttura in de Sade si rovescia poiché il lasciar vivere è condizione indispensabile alla funzionalità non produttiva dell’opificio del desiderio che egli costruisce mentre l’atto sovrano del potere consiste invece nella scelta di interrompere o meglio concludere il ciclo facendo morire.
Questo spazio chiuso è, l’autrice ben lo mostra, in parte assimilabile all’hortus peripatetico delle discettazioni filosofiche di tradizione umanistica ma soprattutto si pone come riproposizione dello spazio a giurisdizione illimitata dell’antico schema feudale, spazio improduttivo se non nell’ottica dei desiderata logici o irrazionali di chi vi esercita la propria auctoritas e dunque luogo di contraddizione delle dinamiche di capillare centralizzazione del potere regio che percorrono il Diciassettesimo e il Diciottesimo secolo. È in questa prospettiva che il chiasmo da cui siamo partiti assume tutta la sua forza pregnante; opportunamente l’autrice ci ricorda più volte come il pensiero di de Sade fu, nella sua ontologia politica, assai meno progressivo di quanto la cultura del Ventesimo secolo non amasse pensare e che al contrario le filosofie politiche dei seguaci di Ludd furono molto meno conservatrici, agresti e avulse dalla consapevolezza della Modernità di quanto sovente si sia scritto. È piuttosto vero invece che il pensatore francese e i ribelli inglesi risultano accomunati, come la presente ricerca ben dimostra, innanzitutto dall’esigenza di raffermare la liceità, anzi l’inderogabilità di funzioni sociali, culturali e antropologiche peculiari del recentissimo passato e che tuttavia essi stessi sentivano come necessitanti di una impossibile modernizzazione. Ed è dalla consapevolezza stessa della irriformabilità parziale del sistema che discende sia nel Marchese, nel parente diretto dei reali di Francia (non a caso ossessionato da un costante desiderio di oblio) così come nei rivoltosi inglesi tutti votati invece alla prassicità dell’agire politico, un esasperato bisogno di radicalità, di estremizzazione totale, riversato, con furia orgiastica, dall’uno nelle pagine dei suoi testi e dagli altri nella catarsi distruttiva degli apparati meccanici.
In entrambi i casi la politica del corpo, dei corpi, si invera in una esigenza di riproposizione di schemi antichi ipertrofizzati, in un irrimediabile senso di sconfitta, in una paradossalità che approda ad un tempo nell’antagonismo esplicito verso il Nuovo che va trionfando, ma che si rideclina anche in una sostanziale e spesso devastante critica dei propri stessi archetipi e nella coscienza della loro incongruità, della loro ineffettualità e soprattutto della loro irriformabilità.
È in questa sola prospettiva che la critica alla evoluzione/involuzione del presente, traducendosi in amara elencazione degli scompensi dei modelli di riferimento propri del passato, acquisisce quel sentore rivoluzionario che l’autrice ricontestualizza nella sfera di un ribellismo consapevolmente viziato da una sostanziale implausibilità propositiva delle rispettive strutture di critica.
Macchina e corpo: il chiasmo si rivela puntuale anche in altre analogie che nelle pagine di questo testo diventano riscontri pregnanti; per Ludd come per Sade il Tempo lineare della Modernità è percepito con inquietudine, paura e ad esso si contrappone allora il Tempo ciclico che è quello della ritualità feudale, ma anche della ritualità agraria.
E se i luddisti utilizzano in pieno il postulato del Sacro nella loro lotta, anche l’ateismo di Sade trascolora in una ricerca sostanziale di un Trascendente, secolarizzato certo, ma che nulla deve all’istanza del futuro nichilismo e che si propone invece come risultante consequenziale, sistematica, di quella ricerca libertina sull’Impostura che permeò di sé le riflessioni degli ésprits forts del secolo precedente, borghesi talvolta ma più spesso grandi aristocratici.
In conclusione il saggio di Eleonora Tossani mi sembra rappresentare un punto di svolta non solo in riferimento allo schema ternario su cui si fonda (De Sade-Ludd- politica del corpo) ma più in generale in rapporto alla necessità di analizzare e riscoprire quanto delle dinamiche di Ancien Règime, anche di quelle più audaci e progressive, irriverenti ai dogmi e riformulatici esse stesse di nuove dogmatizzazioni, innerva e articola le dinamiche politico-antropologiche del mondo che emerge dalle due grandi rivoluzioni, quella industriale inglese e quella francese per prolatarsi sino alle auree in parte subliminali, della nostra stessa contemporaneità, in un inveramento metodico capace di eliminare ogni suggestione ideologica e di ristoricizzare con rigore i propri percorsi.
Fabio Martelli
Università degli Studi di Bologna


Prefazione di Stefano Arieti
Insegnare l’anatomia alle fanciulle”: questo il suggerimento, anzi, la richiesta imperiosa che il Marchese de Sade rivolge dalle sue pagine alla società del suo tempo e soprattutto (la paradossalità del referente è temperata dalla paradossalità del contesto) ai padri di alcune delle sue eroine.
Una richiesta ambigua per un indagatore libertino del corpo, della sua sessualità, di una immaginaria e immaginifica fisiologia che, nelle sue opere, sembra cozzare brutalmente contro i fondamentali stessi dell’anatomia.
Invito alla consapevole scoperta di una scientificizzazione del piacere, invito eclettico che si rivolge in termini perentori ad un contesto di gender abitualmente subordinato proprio nelle dinamiche di Eros alla voluttà maschile? O piuttosto paradosso per rendere più consapevole l’acquiescenza del corpo femminile al sintagma piacere-sofferenza punto centrale nell’infinito processo riproduttivo dell’opificio sadiano del desiderio?
Probabilmente questa tematica coniuga, fonde e confonde entrambe le istanze: ma qui per lo storico della medicina si pongono due ordini di problemi; quale era la conoscenza di de Sade in merito a quel sapere anatomico che egli voleva, finalmente si potrebbe dire, conferire al cosiddetto sesso debole? E ancora: poiché quella del pensatore francese è soprattutto una ricerca incentrata sugli apparati esogeni e sulle loro dinamiche, quale era il livello di  compatibilità tra tale istanza di conoscenza e i dati consolidati del sapere anatomico del tempo?
La analisi di Eleonora Tossani interroga infatti anche lo storico della medicina proponendo precise puntualizzazioni sulla discrasia che attraversa tutta l’opera sadiana ripercorrendo con ossessività ripetitiva le meccaniche, le prassi, i sintagmi anatomici che scatenano il desiderio, lo amplificano, lo fanno perdurare sino all’epilogo quasi delusorio del suo finale appagamento. D’altra parte lo stesso percorso di sofferenza sul corpo agito, la ferocia compiaciuta dei supplizi ininterrotti in una temporalità indefinita che dovrebbero trasfondere l’estasi del desiderio e reificarsi poi nella materialità ineluttabile del suo appagamento in termini fisiologici (i  personaggi di Sade ritornano con compiaciuta irrisione su questa reazione involontaria o autocensurata delle proprie vittime) contrastano senza alcuna possibilità di plausibilità rispetto a ciò che la scienza già statuiva circa i limiti del corpo e che oggi rientrano nell’ordinario sapere della medicina forense.
Un’anti-scienza anatomica dunque quella invocata da de Sade negazione allora di quella necessità di una consapevolezza scientifica del proprio corpo (o meglio dei corpi) che egli vorrebbe offrire al censurato sapere delle fanciulle? Partiamo allora da alcuni dati di fatto: il Diciassettesimo secolo vede enormi progressi nella macro-anatomia e nella razionalizzazione di tali conquiste, nella definizione dei processi fisiologici e patologici, ma se si vuole dibattere circa le fonti, le dinamiche, o più banalmente le meccaniche del piacere, ecco che allora ci si deve confrontare con il sistema nervoso centrale, e la sua interazione funzionale, con il sistema nervoso periferico e, da ultimo, con il suo relazionamento rispetto al cervello.
I risultati più significativi avevano prodotto, è innegabile, un inopinato allargamento delle conoscenze in termini micro-anatomici: definizione della cellula nervosa, individuazione della comunicazione elettrica (ma forse già si può ipotizzare una percezione di una dinamica elettrochimica) dell’impulso nervoso e da ultimo riconoscimento della gerarchizzazione di questi processi all’ancora misterioso egemonismo dell’apparato celebrale.
A partire dallo Scarpa la delineazione del sistema nervoso centrale è pressoché coincidente con le odierne conoscenze, almeno per quanto attiene al decorso delle fibre nervose; una analoga osservazione può essere riversata sulle conoscenze sempre più raffinate relative al decorso delle fibre del sistema nervoso periferico connessa ad una indagine sempre più puntuale della stessa struttura dei plessi e della loro funzione.
Se tuttavia valutiamo il rapporto esistente tra conoscenza anatomica ed elaborazione dei parametri funzionali del sistema nervoso, il discorso muta bruscamente; se lo Scarpa, politicamente reazionario ma anche convintamene ateo, nelle sue lettere indulge volentieri alle ipotesi materialistiche circa la natura e la dinamica delle emozioni e dei sentimenti (egli analizza anche con distacco quasi sadiano la stessa sfera sessuale), quando egli deve trasferire tali tematiche in ambito pubblico o accademico ecco che ogni certezza vacilla.
Non alludo semplicemente ai trattati a stampa o ai numerosi saggi rimasti inediti: nelle sue stesse lezioni (colpevolmente rimaste sino ad oggi ignote agli studiosi e comunque mai pubblicate) lo Scarpa affronta ovviamente la struttura del sistema nervoso, la illustra da par suo fondendo rigore scientifico e semplificazioni di illuminata didattica e a ciò dedica una  significativa parte dei suoi corsi. E tuttavia quando egli si spinge a relazionare i suoi studenti circa il rapporto esistente tra emozioni primarie, le percezioni dell’ambiente, elaborazione mentale del contesto, assistiamo ad una rigorosa autolimitazione. In poche pagine egli viene a concludere che di tutta questa meccanica poco o nulla si sa e quasi sembra lasciare intendere che tale materia resterà in futuro misteriosa al sapere scientifico; pochissime poi le parti dedicate al cervello, alla sua sommaria descrizione anatomica e soprattutto all’interazione di esso con le varie parti del sistema nervoso. Questo lo stato della conoscenza nel pensiero del più raffinato tra gli anatomici dell’età dei Lumi.
Un altro grande, il Frank si trova a confrontarsi, con una sorta di imperativo empirico che lo costringe ad interessarsi alla sfera oscura delle psicopatologie; in questa parte della sua attività che lo vede impegnato a coniugare sapere scientifico e istanze di istituzionalizzazione degli schemi nosografici mentali egli rinuncia quasi da subito a riversare in tale specifico le conoscenze anatomiche sue e degli illustri colleghi.
La sua analisi della malattia mentale, le forme embrionali di terapia proposte, le ipotesi di strutturazione reificata delle nosologie di questo particolare contesto si rifugiano ancora nelle declinazioni sui caratteri e sul comportamentalismo dei decenni passati soprattutto per ciò che attiene l’eziologia e la natura della patologia stessa. Se la sua razionalità approda a soluzioni all’avanguardia in materia di costruzione, organizzazione e gestione di una protoclinica psichiatrica, d’altra parte egli rinuncia ad una indagine concreta sulla patologia stessa, consapevole che di fatto in tale ambito ben poco supporto deriva dalle certezze dell’anatomia e della fisiologia e che ci si dovrebbe dunque inoltrare in percorsi incerti ancora padroneggiati da una sorta di metafisica del corpo.
È pur vero che pochi decenni dopo il Gall darà vita ad un embrione di frenologia descrivendo per primo la ripartizione del cervello in aree corticali che egli già vede correlate alle diverse  funzioni del pensiero e dell’agire dell’essere umano: si tratta, però, di geniali intuizioni dal momento che egli non ha saputo riconoscere in termini anatomico funzionali le varie aree in cui pur suddivide la corteccia e che nulla ha saputo poi elaborare per ciò che attiene al  funzionamento stesso di quell’organo che ancora resta del tutto misterioso.
Questa lodevole autolimitazione del pensiero scientifico formulata in nome di una assolutezza di rigore metodico lascia allora spazio allo sperimentalismo incerto, ascientifico quando non spesso truffaldino dei molti che si offrono di dare risposte ad una società sempre più turbata dal disagio se non dalla malattia mentale; va subito precisato che in tale ambito la morale dominante include ancora ( e così sarà per molto tempo) ogni forma di deroga ai comportamenti socialmente codificati soprattutto e quasi maniacalmente a quelli afferenti alla sfera sessuale.
Il campo è allora libero alle pseudo terapie i cui promotori non rinunciano ad organizzare in termini di statuto scientifico i presunti fondamenti anatomo-fisiologici del loro sapere: è l’età in cui Cagliostro allarga la sfera dei propri interventi sulla società francese anche alla “cura” delle presunte devianze sessuali, ma è anche la stagione in cui Messmer (pur con ben diversa autoconvinzione in termini di scientificità) espande anche egli le proprie terapie dalle nosologie ordinarie a quelle che vengono considerate come patologie dell’identità erotica, soprattutto femminile.
Si assiste così all’articolarsi di una dicotomia tra un sapere accademico che alla vigilia (anche se ne è inconsapevole) di iniziare l’esplorazione della sfera misteriosa in cui sistema nervoso, cervello, emozioni e passioni troveranno una sempre più organica sistematizzazione razionale (e che tuttavia non avendo ancora varcato tale soglia si autoesclude dalla gestione della patologia mentale) e un sapere non scientifico, quasi relitto riattualizzato di certezze di un passato remoto, si impegna attraverso macchinismi e suggestione psicagogica a controllare, disciplinare, ma più spesso ad assecondare ritualizzandone le ritualità perturbanti di Eros che inquietano la buona morale del tempo. Mi sembra evidente, anche sulla scorta della acuta indagine dell’autrice, che il Marchese de Sade è consapevole e si ispira ad entrambe le due dinamiche culturali sopra descritte; la sua anatomia del piacere sembra infatti in parte fondata sulla convinzione che il macchinismo elettrochimico e le pratiche pranoterapeutiche dei seguaci di Messmer abbiano sperimentalmente dimostrato come la sfera erotica travalichi ampiamente i limiti rigorosi delle conoscenze che il sapere accademico ha imposto. La sua idea o per meglio dire la sua aspirazione ad una dinamica sessuale che nel sintagma sofferenza-piacere aggira e travalica i limiti ritenuti insuperabili dalla conoscenza anatomica molto risente degli apparenti successi empirici dei messmeristi nella gestione controllata della pulsione erotica.
Dall’altra parte egli è anche un convinto sectator della assolutezza del vero sapere scientifico: i suoi corpi nella loro illimitata capacità di coniugare sofferenza e desiderio, non contraddicono, almeno nelle intenzioni dell’autore le certezze rigorose del sapere anatomofisiologico; piuttosto egli sembra voler indicare la concreta possibilità alla conoscenza scientifica consolidata si possa imputare una certa qual timidezza nel procedere su di un percorso, quello della sfera erotica, reso accidentato e pericoloso quando non impraticabile dai dogmi della morale religiosa e laica imperante; in altri termini, pur con una certa grossolanità, egli sembra additare un riscontro empirico alla esistenza di una dinamica, tutta materiata e tutta anatomicamente in futuro delineabile che appare sottesa alle avventure incredibili che egli postula, deleuzianamente vera soglia oltre la quale pare invitare gli accademici coraggiosamente a spingersi.
De Sade aveva certamente sufficienti, anzi buone conoscenze di anatomia, almeno quanto era ordinariamente possibile agli eruditi del tempo suo, estranei allo studio e alla prassi della anatomia accademica. Piuttosto, come si deduce dal brillante saggio dell’autrice, anche in questo caso de Sade sembra voler portare a compimento, a perfezione assoluta un sapere, quello dell’età sua che egli non ritiene rivoluzionario (sembra essere rimasto infatti del tutto  indifferente alle innovazione clinico-anatomiche dei cosiddetti accademici giacobini) ma semplicemente riformabile ancora una volta attraverso un atto volontaristico di audacia, attraverso uno scelus radicale e al tempo stesso catartico rispetto agli steccati della buona morale. Se questa fu la sua battaglia in termini sociologici, filosofici e politici, le pagine di Eleonora Tossani paiono mostrare come il Divin Marchese fosse convinto, con le sue consapevoli provocazioni, di poter indurre anche anatomici, fisiologi e clinici ad affrancarsi dalle censure e dalle autocensure imposte da una società ciecamente autoritaria. 

Stefano Arieti
Università degli Studi di Bologna